Le ceneri di Angela

In assoluto il mio libro preferito. Frank McCourt ha, secondo me, scritto un capolavoro di amarezza ed umorismo, un agrodolce in parole e immagini. La storia di questo ragazzino irlandese, strappato a NY, dove era nato, ritornato alla umida Irlanda assieme ad i suoi fratellini, ti fa quasi sentire l’umidità e gli odori di quella Limerick che ci viene presentata davanti al naso come un piatto strano in una bettola di periferia. Un libro che consiglio assolutamente di leggere a chiunque abbia un sano senso dell’umorismo, ed apprezzi chi sa tornare bambino usando una penna…

PS: sconsiglio vivamentissimamente di guardare il film, che poco ha a che fare col libro, se non per il fatto che ne segue la trama.Le ceneri di Angela

– Da ottobre ad aprile i muri di limerick luccicavano di umidità. I vestiti non si asciugavano mai; i cappotti di lana e tweed ospitavano organismi viventi e a volte ci cresceva una vegetazione misteriosa. Al pub, il vapore che saliva dai corpi e dagli indumenti bagnaticci arrivava alle narici mischiato al fumo di sigaretta e di pipa e ai miasmi del whiskey e della birra stantia corretti dall’odore di piscio dei cessi all’aperto dove in molti finivano a vomitare la paga della settimana.

La pioggia ci spingeva in chiesa, il solo rifugio, il solo conforto, il solo posto asciutto che conoscevamo.

Durante la messa, la benedizione, le novene, ci stringevamo in crocchi folti e umidi e sonnecchiavamo con la litania del prete che ci ronzava nelle orecchie, mentre il vapore si levava di nuovo dai nostri abiti per mescolarsi alla dolcezza dell’incenso, dei fiori e delle candele.

Limerick aveva fama di essere una città molto religiosa, ma noi lo sapevamo che era solo la pioggia.

– Prendiamo il tè con le frittelle e le uova sode, dopodiché ci addormentiamo tutti quanti. Quando mi sveglio mi ritrovo in un letto insieme con Malachy e i gemelli. I miei genitori dormono in un altro letto vicino alla finestra. Dove sono? sta calando il buio. Questa qui non è la nave. Mamma russa e fa hiii, Papà russa e fa hooo. Mi alzo e scrollo un po’ mio padre per svegliarlo: Devo fare la pipì. Falla nel vaso da notte, dice lui.

Eh?

Sotto al letto, ninì. Nel vaso da notte. Quella cosa con sopra le rose e le tose che saltellano nella valle. Falla lì dentro, la pipì.

Io vorrei fargli altre domande perché anche se mi scappa da morire mi fa una strana impressione fare la pipì in un vaso con sopra le rose e le tose nella valle, chiunque siano. A Classon Avenue roba del genere non esisteva proprio; a Classon Avenue c’era la signora Leibowitz che cantava nel gabinetto e c’eravamo noi fuori, nel corridoio, che ce la tenevamo.

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