A single man

Ore 9:30, cinema di città medievale, dove sembra tuttora di sentire, tra una spirale di fumo e un’altra, il rumore delle pizze che girano, e una bombetta resiste alle insidie del tempo, della polvere, della banalità. Mi siedo, aspetto l’inizio, ed eccolo che arriva. E subito, come un riflesso incondizionato, vorrei piangere, e allora lo faccio. Piango. In silenzio. Dura poco. I momenti in cui ci si lascia andare davvero sono sempre inaspettati, e in compagnia delle persone che ci sembravano meno adatte a cui affidare i nostri bagagli, armadi, bunker di emozioni.

E poi smetto. Dopo 2 o 3 minuti smetto. Compiangersi sì, fa bene, però non c’è l’accompagnamento adatto…questo film è triste ma gli manca un odore…gli manca un profumo…è disarmante, ma non abbastanza. Forse perché è un po’ come leggere qualcosa che abbiamo già letto così tante volte, anche se scritto in modo migliore di altri. Come quelle rubriche che escono ogni tanto in edicola sulla storia degli anni ’30-’40.

Da vedere senz’altro, prendendo tutto quello che in più può darci su un argomento (l’omosessualità) di cui, in fondo, non so assolutamente niente.

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